Dobbiamo iniziare ad utilizzare l’AI per fare i compiti a scuola

AI e compiti a scuola: Non è una provocazione. È già successo, e continuare a fingere il contrario ci sta solo facendo perdere tempo.

Ogni volta che ne parlo durante i miei corsi, soprattutto di AI e compiti a scuola, l’aula si spacca in due in meno di dieci minuti. Da una parte c’è chi urla al disastro educativo, dall’altra chi pensa che siamo ancora fermi al terrore per la calcolatrice negli anni ’70. Bene: mettiamoci comodi, perché oggi voglio dire la cosa che quasi nessuno ha il coraggio di scrivere chiaramente.

I compiti a casa, così come li abbiamo sempre concepiti, sono già morti. Non perché lo dico io, ma perché ChatGPT li ha uccisi nel novembre 2022 e nessuno ha ancora avuto il coraggio di firmare il certificato di decesso.

Il problema non è l’AI. È che stiamo misurando la cosa sbagliata

Per decenni i compiti a casa hanno avuto una funzione semplice: verificare se lo studente ha capito qualcosa facendogli produrre un output da solo, senza aiuto, a casa, senza supervisione. Il problema è che questo modello si reggeva su un’unica condizione: che fosse difficile barare.

Oggi non lo è più. Non lo è da anni. E continuare a fingere che un tema di italiano scritto a casa sia “prova” di qualcosa è, con tutto il rispetto per chi insegna, un atto di autoillusione collettiva.

Quindi la domanda vera non è “dobbiamo permettere l’AI nei compiti?”. La domanda è: visto che è già lì, comunque, perché non la trasformiamo in uno strumento didattico invece di continuare a fare finta di non vederla?

Tre motivi per cui vietarla è la scelta peggiore

1. Il divieto non impedisce l’uso, impedisce solo l’uso trasparente. Chi vieta l’AI a scuola non sta eliminando l’AI dai compiti. Sta solo spingendo gli studenti a usarla di nascosto, senza criterio, senza guida, copiando l’output senza nemmeno leggerlo. Il divieto punisce chi è onesto e premia chi mente meglio. È esattamente l’incentivo sbagliato da dare a un sedicenne.

2. Stiamo formando persone per un mondo che non esiste più. Nessun ambiente di lavoro serio, oggi, chiede a un ventiquattrenne di scrivere un report senza toccare uno strumento di AI. Vietarla a scuola e poi pretendere che lo studente la sappia usare “bene” in azienda a 23 anni è come insegnare a nuotare vietando l’acqua fino all’esame.

3. Il vero problema non è l’AI, è la scuola che non ha ancora cambiato il modo di valutare. Se un compito può essere completato interamente da un modello linguistico in trenta secondi, il problema non è il modello linguistico. È che quel compito, da solo, non misurava niente di significativo nemmeno prima.

Ma attenzione: non sto dicendo “fate fare tutto all’AI”

Qui è dove la maggior parte degli articoli su questo tema cade nella trappola opposta, altrettanto pigra: “l’AI aiuta sempre, usatela e basta”. Non è così semplice, e chi lo scrive di solito non ha mai visto cosa succede a uno studente che delega completamente il pensiero critico a un prompt.

C’è una differenza enorme tra:

  • usare l’AI per capire un argomento che non si è afferrato in classe, farsi spiegare un passaggio con parole diverse, verificare un ragionamento;
  • e usare l’AI per produrre un compito che poi si consegna senza averlo letto, senza aver imparato nulla nel processo.

La prima è alfabetizzazione. La seconda è delega totale, ed è lì che perdiamo davvero qualcosa: non il voto, ma la capacità di reggere la fatica cognitiva che serve per imparare a pensare da soli.

Quindi cosa dovrebbero fare davvero scuola e famiglie rispetto alla AI e i compiti a scuola?

Il punto non è “sì o no all’AI”. Il punto è insegnare quando e come usarla, esattamente come si insegna a usare una fonte, un libro, un motore di ricerca. Significa:

  • Ridisegnare i compiti in modo che l’AI non possa sostituire il ragionamento, ma solo accelerarne alcune fasi (ricerca, bozza, correzione).
  • Spostare parte della valutazione in classe, dal vivo, dove l’uso dell’AI non è possibile o è dichiarato.
  • Insegnare esplicitamente il prompting e il pensiero critico sull’output, invece di trattarlo come un tabù di cui non si parla.

Questo richiede più lavoro agli insegnanti, non meno. E richiede che i genitori smettano di considerare l’AI un trucco da nascondere e comincino a trattarla come quello che è: uno strumento che i loro figli useranno comunque, con o senza il loro permesso.

La domanda scomoda con cui vi lascio

Se un compito può essere fatto meglio, più in fretta e senza sforzo da un’AI, cosa stiamo davvero valutando quando lo assegniamo ancora, tale e quale, nel 2026?

Forse la risposta più onesta non è “vietiamo l’AI”, ma “ripensiamo il compito”.

C’è chi non è d’accordo, ed è giusto dirlo con altrettanta onestà: molti insegnanti ed esperti di apprendimento sostengono che la fatica cognitiva del fare da soli — anche quando è lenta, imperfetta, frustrante — è proprio il meccanismo che costruisce memoria e comprensione profonda, e che introdurre l’AI troppo presto rischia di erodere quella fatica prima ancora che lo studente abbia sviluppato gli strumenti per usarla con criterio. È un’obiezione seria, non va liquidata: la vera domanda, forse, è a che età e con quali garanzie introdurre questi strumenti, non se farlo.

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